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FOCUS
ITALIA - Milano

29-11-1997
Interviste d’altri tempi
Con Giorgio Gaslini
NEL MISTERO DEL JAZZ
PREALPINA
 


Con Giorgio Gaslini nel mister(o) del Jazz
Se è giusto ritenere che i soprannomi abbiano sempre un fondo di verità quello di Giorgio Gaslini dice già tutto. Nel mondo jazzistico, infatti, è conosciuto come "Il sommo": il maestro, la guida, il punto di riferimento per le giovani leve (le quali si meravigliarlo che conosca così approfonditamente il rock: "Lo seguivo su Videomusic di ritorno, la notte, dai concerti". Dice) ma anche per i colleghi che a lui (nasce a Milano nel 1929) sono, cronologicamente, più vicini. E non potrebbe essere diversamente.

Gaslini fu il primo titolare di corsi jazz al Conservatorio Santa Cecilia di Roma (1972-73) e al "Giuseppe Verdi" di Milano (1979-80), il primo artista italiano ad occupare uno spazio nel referendum mondiale "New Talents" di "Down Beat", il primo ad essere chiamato ufficialmente a partecipare ad un festival americano (a New Orleans nel 1976-77), il primo ad essere stato invitato in Cina (nel 1985). Insomma per Giorgio Gaslini "primeggiare" è una vera e propria mania. Più che altro un dono naturale a tal punto che anche il suo ultimo lavoro, "Mister O" (su lesti di Vittorio Franchini) già stato definito "prima opera jazz".

Maestro, come si deve considerare "Mister O": punto d’arrivo o solo un ulteriore evoluzione della sua sintassi musicale?
«Tutte e due le cose. Ogni nostra opera è il risulto di un processo di pensiero ed esperienze che se correttamente perseguite confluiscono in una direzione unitaria solitamente definita "coerenza". Le tappe intermedie per aggiustare il tiro sono naturali, così come lo è il fatto che il diagramma di un artista passa essere "A-B-C-D-A" per giungere poi ad " A1" e oltre: l’importante è che l’esperienza non sia mai isolata»

Inutile nascondere, Comunque, che quest’ultima sua opera e una sfida bella e buona all’intero mondo della musica.
«Ora ha messo il dito nella piaga: ogni volta che ho scritto qualcosa c’è stata una piccola rivoluzione, accadde nel 1948 con il mio primo album, "Ow/Concerto Riff" e poi nel 1965 con 1"New Feelings" e cinque anni dopo con "Africa". Ci sono critici che per quest’opera non ci dormono la notte. Mi fa piacere, comunque. Perchè ciò dimostra che in cinquant’anni di carriera non ho perso il pepe della giovinezza. Comunque sì, è una sfida».

Come ha superato le difficoltà nello scrivere su di un testo in lingua italiana?
«La vera difficoltà è stata quella ma è nulla in confronto alla "pagina bianca". Ogni volta che si scrive musica si combatte con l’ignoto aspettando quel pensiero che si è cercato a lungo e al quale dare forma.»

Il jazz, per lei. non è più il fine ma il mezzo attraverso il quale costruire, un idioma musicale concreto che possa essere affiancato alla secolare "musica colta". E in "Mister O” - non mancano certo alcuni rimandi al grande Novecento: in primo luogo Weill, Prokofiev, Ernst Krenek.
È fatale avere influenze da altri artisti ma guai all’artista che copia sè stesso" diceva Picasso. Ebbene io non attingo e non copio, ma inconsciamente tutto quello che ho diretto nella mia vita ("L’opera da tre soldi" l’avrò affrontata decine di volte) mi è rimasto dentro. L’essenziale è la capacità di arrivare ad una sintesi della propria idea musicale. D’altronde siamo figli del nostro tempo e anche gli artisti che si definiscono "naif” non lo sono perchè hanno il televisore e vanno al cinema. Ligabue ne è stato l’ultimo vero esponente».

Cosa ne pensa del minimalismo e della dodecafonia?
«In un’atmosfera generale di crollo delle grandi idee-forza e in assenza di sicurezze (il capitalismo vuole essere uguale a sè stesso ma non lo è più e produce mostri; il comunismo e il cattolicesimo sono cambiati) la grande spinta verrà dalla scienza che andrà, però, al servizio del potere. Sono crollati l’Esistenzialismo e il Muro di Berlino e l’America non sa offrire che violenza e sopraffazione, così l’uomo cerca sicurezza nella ripetitività modulata, nella piccola modificazione del gesto. Comunque non mi piace: dopo tre minuti d’ascolto mi annoio e mi addormento. La dodecafonia, invece, fu creata da Schoenberg per soddisfare alcune sue esigenze interiori e crea più problemi di quelli che è in grado di risolvere.»

Ci dica il nome di un suo compositore preferito per ogni periodo storico citato: barocco, classico, romantico, tardo-romantico, contemporaneo, jazz.
«Accontentarsi di un nome è difficile. Per il barocco: Gabrieli, Corelli, Vivaldi e Albinoni. Nel classico Haydn (mi sta molto più simpatico di Mozart anche se questo rappresenta la bellezza lancinante): nel romanticismo Schubert (i Lieder), Reger, Bruckner, Sibelius, tutti i russi (la loro musica porta valori immensi) e ho superato la cotta per Brahms. Richard Strauss per il post-romanticismo: Schoenherg. Bartok, Hindemith, Stravinsky, Milhaud, Poulenc, Debussy, Ravel e Satie nel Novecento. Nel jazz i miei cari amici Ellington, Omette Coleman e Mingus, ma seguo con uguale interesse anche la musica etnica».

A proposito, non pensa sia ormai inattuale e inadeguato proporre ulteriormente una netta distinzione tra generi colti e non?
«Lo dico da trent’anni. Questa distinzione è stata solo una palla italiana provinciale tipica della situazione ideologica e politica del nostro paese».

Con “Mister O” si può affermare che Giorgio Gaslini sia giunto alla tanto sospirata “musica totale”, concetto però coniato per la sua produzione sinfonica e cameristica, espresso prima in un Manifesto letterario nel 1964-65 e successivamente nel libro “Musica totale, intuizione, vite ed esperienze musicali nello spirito del ‘68”. Può spiegarci brevemente cosa intendeva (e intende) per “musica totale”?
«Semplice: è l’atteggiamento del musicista di oggi aperto a trecentosessanta gradi su tutta la musica esistita ed esistente per creare quella che ancora non esiste. Si tratta di una cultura musicale sincretica che abbraccia tutte le altre seguendo l’intuizione poetica con completa spregiudicatezza nei confronti dei confini senza negare i generi».

Legare politicamente il jazz alla "sinistra", oggigiorno, potrebbe essere ancora adeguato oppure si farebbe solo "dietrologia"?
«Assolutamente non adeguato. Negli anni Settanta in Italia alcuni musicisti hanno preso impegni civili non legati politicamente ma che gravitavano a sinistra perchè solo quella s’interessava di determinati problemi (il centro si faceva gli affari suoi e la destra era impegnata a combattere la sinistra). Così passavo dai concerti negli ospedali psichiatrici al Metropolitan di New York. Rischiando la pelle per un impegno sociale a "soldi zero", io e molti altri, siamo riusciti a far muovere i Ministri e riaprire fabbriche occupate, luoghi snobbati dai colleghi della classica: "mi si sporca il violino", dicevano. Solo qualcuno dell’area folk ci seguiva, ma i jazzisti erano la maggior parte».

Come vive il suo rapporto con il cinema dopo le colonne sonore per "La Notte" di Miclielangelo Antonioni (con la quale ha finto il "Nastro d’argento - nel 1961) e "Profondo Rosso" di Dario Argento (le più conosciute): si sta impegnando nella musica per film in questo momento?
No. Ho capito che non sono un musicista per tutte le stagioni ed ho bisogno di una forte sollecitazione artistica per rendere al meglio: l’opera dev’essere affascinante e l’autore, anche se sconosciuto, interessante e in gamba».

Quali suoi lavori ritiene abbiano portato un grande contributo allo sviluppo del Jazz?
«Non dovrei essere ia a dirlo; cito quelli che mi hanno dato grandi soddisfazioni. “La Notte” (1952) “Tempo e Realazione” (1957), "Dall’alba all’alba" (1965). "Africa" (1970), "Colloquio con Malcolm X" (1970). "Skyes of Europe" (1995) e "Mister O"».

Domanda tormentone. Se si dovesse trovare su un’isola deserta e avesse la possibilità di portar con sè un disco di musica classica, uno di contemporanea e uno di Jazz, un libro e una videocassetta quali sceglierebbe?
«”Concerto in Sol” di Ravel suonato da Benedetti Michelangeli con la direzione di Ettore Gracis: opera omnia di “Stravinsky dirige sè stesso”; big-band di Gillespie anni 1947-48; "Eliogabalo" di Artant Artout: "Il brutto anatroccolo" di Andersen con musiche di Gaslini, settanta minuti di pellicola girati al festival di Berchidda».

Lei è stato allievo o di Votto e Giulini, perfezionandosi poi all’accademia Chigiana di Siena con van Kempen, per direzione d’orchestra. Ma cosa significa, per Gaslini, “dirigere”?
«Dirigere è la bottega dell’arte: l’autore si alza e con un gesto parte la musica. Penna, gesto e tastiera: ecco ciò che sono».

Una nota stonata: la legge sulla musica. Una sua opinione.
«L’ho seguita tra un concerto e l’altro e non riesco a capire dove vada a parare. Comunque non posso darle un’opinione netta».

I conservatori italiani e le cattedre jazz: sono ancora tante le difficoltà?
«Le cattedre sono una ventina. La vera difficoltà fu aspettare vent’anni perchè il jazz venisse istituzionalizzato e prendesse posto nella Gazzetta Ufficiale. Alla fine ci siamo riusciti». Cosa proporrebbe per risollevare le sorti del jazz nostrano? «Il jazz italiano è molto stimato e non ha bisogno di essere risollevato. Oggi abbiamo fin troppa gente che si dedica al genere; l’unico problema è la ricerca del lavoro che porta al dilagare del basso professionismo: anche a New York capita che giovani allievi accettino di suonare nei club per cinque dollari a sera. Un’amara verità».

Prossimi impegni discografici?
«Fra alcuni mesi uscirà un disco ispirato alle “Storie di Sto”, il più grande libro del Novecento per ragazzi di Sergio Tòfano e da pochi giorni sono disponibili i primi due volumi dell’opera integrale di Giorgio Gaslini pubblicati dalla Soul Note su CD. Dinnanzi a me ho già il mio prossimo progetto, ma per ora La lascio sulle spine.» E le spine iniziano a pungere.

Davide Ielmini





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