FOR ITALIAN JAZZ SINCE 1982 Join the Mailing List
Registrazione LOGIN
FOCUS | | SU DI NOI | SHOP | TIME LINE | ARTISTS | CONTATTI

 
 
NEWS
2015/01/01
NOVITÀ 2015
Luca Trabucco
Music compsed by Luca Macchi
LIGHTNING STREAKS
CDH (CS) 2537.2
 


It’s (only) rock’n’roll
Non sempre è corretto catalogare la musica secondo genere, ma qui non c’è scelta: il cd con musiche del compositore varesino Luca Macchi rappresenta il debutto della Splasc(h) Records nella musica contemporanea colta. Due brani per pianoforte (a quattro mani e per strumento solo) accecati da una grande luce acustica. Luca Trabucco è uno fra i più migliori interpreti dell’Impressionismo francese (ed è anche per questo che “Lightning Streaks”, ispirato ai Preludi di Debussy, è dedicato a lui) mentre Ferdinando Baroffio è il suo partner ideale, per attenzione e tocco, in “Pioveranno stelle e cristalli in frantumi”. Esplosioni di ritmo e melodie liquide immerse nella lezione di Gyorgy Ligeti e Olivier Messiaen.

Nel 1967 i Pink Floyd realizzano la prima, grande migrazione al di fuori del rock con “Interstellar Overdrive” da “The Piper At The Gates of Dawn”: la psichedelia, incontrando l’improvvisazione, indaga il caos. “Pioveranno cristalli e stelle in frantumi” (composto per una rappresentazione teatrale del 2003 per pianoforte a quattro-mani e tastiera elettronica; qui l’esecuzione avviene su due strumenti acustici) e “Lightning Streaks” (scritto nel 2012 per pianoforte solo in occasione delle celebrazioni dei 150 anni della nascita di Claude Debussy) sconfinano nel sogno e nella provocazione: è questo il rock’n’roll del XXI secolo. Perché c’è tanto coraggio nella musica di Luca Macchi, quanta libertà nel Greenwich Village statunitense degli anni Sessanta.
Macchi, nato nel 1965, è un compositore italiano, varesino, goriziano (dunque culturalmente mitteleuropeo) che non crocifigge la musica al negativismo contemporaneo. Senza sottrarsi alla funzione sociale dell’artista, richiama l’uomo ad una presa di posizione cara a Pierre Boluez e agli Impressionisti francesi: creare non significa assecondare ma costringere alla reazione. La musica, dopo essere stata ascoltata, conosciuta e idealizzata chiama al dovere di essere criticata, discussa, anche rifiutata. In Macchi questo accade senza apparente violenza, perché le sue installazioni sonore, planetarie negli spazi e anticonvenzionali nelle idee, sono così eccitanti e suggestive da trattenere l’ascoltatore al punto più alto di tensione fisica ed emozionale. Un’oscillazione cadenzata tra il vitalismo di Karlheinz Stockhausen, lo spazio-tempo di Olivier Messiaen e l’immaginazione prospettica di György Ligeti.
A questo punto è difficile non rendersi partecipi – in “Pioveranno cristalli e stelle in frantumi” - di ciò che prova quella donna seduta sulle macerie. Come lei, noi scrutiamo e ci interroghiamo: non c’è futuro nella guerra. In “Jenin”, il componimento che ha ispirato Macchi, Tahar Ben Jelloun scrive che “il cielo è vuoto”. Questa musica, invece, riempie e sovrasta gli argini: la donna si siede ma le note si alzano e avanzano di fronte alla distruzione. Luca non si accontenta di commentare il dramma, ma lo vive. Accade, come accadeva nelle poesie di Giuseppe Ungaretti dedicate all’irrazionalità della battaglia, che la poesia – nel suo ripercuotersi di dolore e sofferenza subita – si faccia asciutta ed essenziale; mai cauta o arrendevole.
Due pianoforti, uno accordato a 441 Hz e un altro “stonato” (accordatura a 27 cent in meno rispetto quella tradizionale), trasformano i battimenti (le frequenze generate dalle sovrapposizione di grandezze e oscillazioni periodiche) in leve d’angoscia sotterranea. Si scatena l’inferno! Sette minuti nei quali la musica si fa campo nomade, spazio claustrofobico, città perseguitata. Diciassette note ripetute, libere dai vincoli della serie o dell’alea, fanno il verso alla ritmica balbuziente delle mitragliette, mentre l’alternanza tra 5/4 e 6/4 disegna la vertigine della sofferenza individuale in quella collettiva. Dunque, teatro partecipativo senza rigidità ritmica o di pensiero. Ci troviamo di fronte ad una musica schiacciante, pianisticamente indisponente o scostante. Se Jimi Hendrix fosse nato pianista, “Pioveranno cristalli e stelle in frantumi” l’avrebbe suonato così come fanno Luca Trabucco e Ferdinando Baroffio: sono loro le sentinelle di questa luce acustica dove il rapporto tra macrocosmo (lo spazio) e microcosmo (l’uomo) è di reciproca assimilazione.
“Lightning Streaks”, avvolto nella struttura come in un bozzolo sovrannaturale, è una visione mistica distanziata. Una gigantografia debussiniana sospesa eppure terrena e marmorea. Quasi un gioco dalle sfumature grottesche che si raddensa in una folata di energia; in una nuvola di potenza. In 60 minuti di musica Trabucco trapianta la sua anima nel pianoforte e il suono assorbe sé stesso per soggiacere al colore e al suo fascino. Imponente è la costruzione dove le forme antiche – il rondò, il corale, la fuga, la variazione (con i suoi micro-sviluppi) – inducono alla novità del ri-uso della materia con la citazione de “La Valse” di Maurice Ravel e la “Sequenza III”, per voce femminile, di Luciano Berio nel “Finale”. Eppure l’Impressionismo traspare, e si impone con impeto trasfigurante nella nebulosa della “Variazione IV”; nel trillare nevrotico e meccanico in “Solo mano sinistra”, dove la reiterazione delle figurazioni somiglia a loop digitali e moog computerizzati e poltergeist di idee agglomerate. nel “Rondò” dal perlato sinuoso (con forse una decina di diversi attacchi al tasto) che Trabucco amplifica in un ondeggiare da barcarola. È serenità zen abitata dai fantasmi di Conlon Nancarrow.
Allora ci si accorge che l’obiettivo di Luca Macchi non è quello di farsi riconoscere come discepolo di un maestro – e tanti ne ha avuti nel corso della sua formazione: Alessandro Solbiati, Sandro Gorli, Giacomo Manzoni, Franco Donatoni – ma di guardare al passato per ri-disegnare il futuro. Per trovare una soluzione a ciò che da sempre sospinge la ricerca dell’artista: il linguaggio senza pari e senza certezze. È forse per questo che nella musica di Macchi il virtuosismo non può separarsi da ciò che è interiore e intimo. Zygmund Baumann, il padre del concetto di società liquida, dice che «la nostra vita è un’opera d’arte: dobbiamo porci sfide difficili e scegliere obiettivi che vanno ben oltre la nostra portata. Dobbiamo tentare l’impossibile». È questo “l’impossibile” per Macchi: pretendere che Luca Trabucco scali una montagna di note portandosi il pianoforte sulle spalle. Salita impervia, ma divina e riuscita. Dopo tutto, il compositore vivente raccoglie in sé le tante morti del passato, ed è per questo che dopo tanto scavare Trabucco e Baroffio confessano il loro sogno: tornare ad una musica rassicurante con divisione in 4. Il rock’n’roll, in fondo, è anche questo.

Davide Ielmini - Ottobre 2014 - Varese – Italy







© TIME TO JAZZ.IT di Luigi Naro
Via Campiglio, 54/C
21040 Oggiona con Santo Stefano (VA) - ITALY
p.iva 03253010122